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rossoantico
vengo da lontano, guardo lontano.


Diario


31 luglio 2011

Fiaba per grandi e piccini

 I VESTITI NUOVI DELL'IMPERATORE  (Il Re è nudo)
 

Molti anni or sono, viveva un Imperatore, il quale dava tanta importanza alla bellezza ed alla novità dei vestiti, che spendeva per adornarsi la maggior parte de' suoi danari. Non si curava de'

suoi soldati, non di teatri o di scampagnate, se non in quanto gli servissero di pretesto a far mostra di qualche nuovo vestito.

Per ogni ora della giornata, aveva una foggia speciale, e, come degli altri re si dice ordinariamente: è al consiglio, — di lui si diceva sempre: è nello spogliatoio.

Nella grande città dov'egli dimorava, la vita era molto gaia, ed ogni giorno ci capitavano forestieri. Una volta ci vennero anche due bricconi, i quali si spacciarono per tessitori e raccontarono di saper tessere la più bella stoffa che si potesse vedere al mondo. Non solo i colori e il disegno erano straordinariamente belli, ma i vestiti che si facevano con tale stoffa avevano questa mirabile proprietà: ad ogni uomo inetto al proprio officio o più stupido di quanto sia lecito

comunemente, essi rimanevano invisibili.

«Ah, questi sì, sarebbero vestiti magnifici!» — pensò l'Imperatore: «Quando li avessi indosso, verrei subito a sapere quali sono nel mio regno gli uomini inetti all'officio che coprono; e saprei subito distinguere i savii dagli stolti! Sì, sì; bisogna che mi faccia tessere questa stoffa.» E antecipò intanto ai due bricconi una buona somma di danaro, perchè potessero incominciare il lavoro.

Essi prepararono due telai, e fecero mostra di mettersi a lavorare; ma sui telai non avevano nulla di nulla. Nel domandare, però, non si peritavano: domandavano sempre le sete più preziose e l'oro più fino. E la roba, se la mettevano in tasca, e continuavano a lavorare ai telai vuoti, magari sino a notte inoltrata.

«Mi piacerebbe sapere a che punto sono col lavoro,» pensava l'Imperatore; ma l'angustiava un poco il fatto che chiunque fosse troppo sciocco od impari al proprio officio non avrebbe potuto

vedere la stoffa. Sapeva bene che, per conto suo, non c'era di che crucciarsi, ma, in ogni modo, stimò più opportuno di mandare prima un altro a vedere come andasse la faccenda. In città, tutti oramai sapevano la meravigliosa proprietà della stoffa, ed ognuno era curioso di vedere sino a che punto giungesse la stupidità o la buaggine del suo vicino.

«Manderò dai tessitori il mio vecchio onesto Ministro,» — pensò l'Imperatore: «Può giudicare il lavoro meglio di qualunque altro, perchè ha ingegno e nessuno più di lui è adatto alla propria carica.»

E il buon vecchio Ministro andò nella sala dove i due mariuoli facevano mostra di lavorare dinanzi ai telai vuoti. «Dio mi assista!» — fece il vecchio Ministro, e sgranò tanto d'occhi: «Io non vedo nulla di nulla!» Però si guardò bene dal dirlo.

I due bricconi lo pregarono di farsi più presso: non era bello il disegno? e i colori non erano bene assortiti? — e accennavano qua e là, entro al telaio vuoto. Il povero Ministro non si stancava

di spalancar tanto d'occhi, ma nulla riusciva a vedere, poi che nulla c'era. «Mio Dio!» — pensava:

Ma ch'io sia proprio stupido? Non l'ho mai creduto, ma questo, già, di se stesso nessuno lo crede.

E se non fossi adatto a coprire la mia carica? No, no; non è davvero il caso d'andar a raccontare che non vedo la stoffa.»

«E così? Non dice nulla?» — domandò uno degli uomini, che stava al telaio. «Oh, perfetto, magnifico, proprio magnifico!» — disse il vecchio Ministro, e guardò attraverso agli occhiali: «Che disegno, che colori!... Sì, dirò a Sua Maestà che il lavoro mi piace

immensamente!»

«Oh, questo ci fa davvero tanto piacere!» dissero entrambi i tessitori; e indicavano i colori per nome, e additavano i particolari del disegno. Il vecchio Ministro stava bene attento, per poter dire le stesse cose quando fosse tornato con l'Imperatore; e così fece.

Intanto, i due bricconi domandavano dell'altro danaro, dell'altra seta, dell'altr'oro, tutto per adoprarlo nel tessuto, naturalmente. E tutto mettevano invece nelle proprie tasche; e sul telaio non ne andava nemmeno un filo; ma continuavano come prima a lavorare al telaio vuoto.

L'Imperatore mandò poco dopo un altro ottimo officiale dello Stato, affinché gli riferisse sull'andamento del lavoro, e se mancasse poco alla fine. Ed accadde anche a lui precisamente quello ch'era accaduto al Ministro: guardava e guardava, e, poi che sul telaio vuoto nulla c'era, nulla riusciva a vedere.

«Non è vero che è un bel genere di stoffa?» — domandavano tutti e due i mariuoli; e mostravano e spiegavano le bellezze della stoffa che non c'era.

«E pure, io non sono sciocco!» — pensava l'officiale: «E allora, gli è che non sono adatto al mio alto officio. Sarebbe strana! In ogni modo, bisogna almeno non lasciarlo scorgere!» Per ciò, vantò la stoffa che non vedeva, e si dichiarò pienamente soddisfatto tanto dei bellissimi colori quanto dell'eccellente disegno. «È proprio stupendo!» — disse poi all'Imperatore.

E in città non si faceva che parlare di questa magnifica stoffa.

Poi l'Imperatore stesso volle esaminare il tessuto sin che stava ancora sul telaio. Accompagnato da tutto un seguito di eletti cortigiani, tra i quali si trovavano anche i due vecchi

valentuomini, che primi vi erano andati, si recò da quei furbi mariuoli. Essi lavoravano ora con più lena che mai, ma sempre senza trama e senza filo.

«Non è vero che è proprio stupenda?» — dissero tutti e due i probi officiali: «Si degni la Maestà Vostra di osservare questo ornato, questi colori!» — ed accennavano al telaio vuoto, sempre

credendo, ben inteso, che gli altri potessero vedere la stoffa.

«Che affare è questo?» — pensò l'Imperatore «Io non ci vedo nulla! Questa è grossa! Fossi mai per caso un grullo? O non fossi buono a far l'Imperatore? Sarebbe il peggio che mi potesse capitare...» — «Oh, è bellissimo!» — disse ad alta voce: «È proprio di mio pieno gradimento.» Ed approvò soddisfatto, esaminando il telaio vuoto; perché non voleva confessare di non vedervi nulla.

Tutto il seguito, che lo accompagnava, aveva un bell'aguzzare gli occhi: non riusciva a vedervi più che non vi avessero veduto gli altri; e però tutti dissero con l'Imperatore «Bellissimo! Magnifico!»

— e gli consigliarono di indossare per la prima volta il vestito fatto con quella splendida stoffa nel corteo di gala, ch'egli doveva guidare alla prossima festa. «Splendido, magnifico, meraviglioso!» —

si ripeté di bocca in bocca; e tutti se ne rallegrarono cordialmente. L'Imperatore concedette ai due bricconi il permesso di portare all'occhiello il nastrino di cavaliere, col titolo di Tessitori della Casa

Imperiale.

Tutta la notte, che precedeva il giorno della festa, i due bricconi rimasero alzati a lavorare, ed accesero più di sedici candele. Tutti poterono vedere quanto s'affaccendassero a terminare i

nuovi vestiti dell'Imperatore. Fecero mostra di levare la stoffa dal telaio; tagliarono l'aria con certe grosse forbici, cucirono con l'ago senza gugliata, ed alla fine dissero: «Ecco, i vestiti sono pronti.»

L'Imperatore stesso venne allora, con i più compiti cavalieri, e i due bricconi levavano il braccio in aria, come se reggessero qualche cosa, e dicevano: «Ecco i calzoni! Ecco la giubba! Ecco il mantello!» — e così via. «Son leggeri come ragnateli! Sembra di non portar nulla sul corpo! Ma questo è il loro maggior pregio!»

«Già!» — fecero tutti i cortigiani; ma niente riuscirono a vedere, poi che niente c'era.

«Si degni la Maestà Vostra di deporre i vestiti che indossa,» — dissero i furfanti: «e noi misureremo alla Maestà Vostra i nuovi, dinanzi a questo grande specchio.»

L'Imperatore si spogliò, e quei bricconi fecero come se gli indossassero, capo per capo, i vestiti nuovi, che dicevano d'aver preparati; e lo strinsero ai fianchi, fingendo di agganciargli

qualche cosa, che doveva figurare lo strascico; e l'Imperatore si volgeva e si girava dinanzi allo specchio.

«Come gli tornano bene! Divinamente!» — esclamarono tutti: «Che ornati! Che colori! È proprio un vestito magnifico!»

«Fuori è pronto il baldacchino di gala, di sotto al quale la Maestà Vostra guiderà la processione!» — annunziò il Gran Cerimoniere.

«Eccomi all'ordine!» disse l'Imperatore. «Non mi sta bene?» — E si volse di nuovo allo specchio, perché voleva fare come se esaminasse minuziosamente il proprio abbigliamento.

I paggi, i quali dovevano reggere lo strascico, camminavano chini a terra, come se tenessero realmente in mano un lembo di stoffa. Camminavano con le mani tese all'aria dinanzi a sé, perché

non osavano lasciar vedere di non averci nulla.

E così l'Imperatore si mise alla testa del corteo solenne, sotto il superbo baldacchino; e tutta la gente ch'era nelle strade e alle finestre, esclamava: «Mio Dio, come son fuor del comune i nuovi

vestiti dell'Imperatore! Che stupendo strascico porta alla veste! Come tutto l'insieme gli torna bene!» Nessuno voleva dar a divedere che nulla scorgeva; altrimenti non sarebbe stato atto al

proprio impiego, o sarebbe stato troppo sciocco. Nessuno dei vestiti imperiali aveva mai suscitato tanta ammirazione.

«Ma non ha niente in dosso!» — gridò a un tratto un bambinetto.

«Signore Iddio! sentite la voce dell'innocenza!» — esclamò il padre: e l'uno venne sussurrando all'altro quel che il piccino aveva detto.

«Non ha niente in dosso! C'è là un bambino piccino piccino, il quale dice che l'Imperatore non ha vestito in dosso!»

«Non ha niente in dosso!» — gridò alla fine tutto il popolo. L'Imperatore si rodeva, perché anche a lui sembrava veramente che il popolo avesse ragione; ma pensava: «Qui non c'è scampo!

Qui ne va del decoro della processione, se non si rimane imperterriti!» E prese un'andatura ancora più maestosa; ed i paggi continuarono a camminare chini, reggendo lo strascico che non c'era

 

H. C. Andersen

Da 40 Novelle

http://www.liberliber.it/biblioteca/a/andersen/40_novelle/pdf/40_nov_p.pdf



24 luglio 2011

Ricordi di scuola

Ci sono momenti della nostra vita che sfidando l’incedere del tempo, si fissano indelebili nei recessi della nostra memoria, per poi riaffiorare a distanza di anni richiamati da un evento qualsiasi. L’episodio di cui sto per parlare, avvenne nei primi anni cinquanta, quando frequentavo la terza classe di avviamento industriale(equivalente alla terza media), nell'Istituto "Emanuele Barba" di Gallipoli. La nostra insegnante di Lettere era la professoressa D’Ambrosio, una donnina minuta e curva di spalle, sulla sessantina, zitellona, comunista e attivista sindacale. Ricordo che, quando per una qualche ragione era insoddisfatta del nostro impegno nello studio, ci ammoniva, con l’indice della mano destra brandito come una spada, con la frase: “La scienza infusa non ve la dà nessuno”.

Dal provveditorato erano giunte alcune copie di un libro di cui non ricordo il titolo (una splendida antologia di sei/settecento pagine con brani di romanzi, racconti, poesie, aneddoti), che dovevano essere distribuite gratuitamente, una copia per classe ad esclusiva discrezione dell’insegnante. La signorina D’Ambrosio, non volendo fare un torto a nessuno, poiché accontentando uno avrebbe scontentato tutti gli altri, pensò bene di affidare alla sorte l’ardua scelta; tirò fuori dalla borsetta ventisei bigliettini numerati e arrotolati, precedentemente preparati, chiamò un alunno e gli fece estrarre un biglietto: usci il 15, il numero che sul registro di classe corrispondeva al mio nome! Era uscito il mio numero! Impossibile descrivere la gioia che provai. A parte la mia passione per la lettura (ero un vorace divoratore di libri della biblioteca scolastica), ora avevo un libro tutto mio, l’unico che avessi mai avuto (tranne quelli di testo, sempre di seconda o terza mano). Alla fine dell’anno scolastico, la Professoressa mi chiese del libro, se avessi finito di leggerlo e se mi fosse piaciuto. Le risposi che si, mi era piaciuto moltissimo, tanto che alcuni brani li avevo letti più volte, e che assieme ad alcune poesie, ormai li ricordavo a memoria.(li ricordo ancora adesso, a distanza di oltre mezzo secolo). “Sapevo che il libro sarebbe stato in buone mani e che ne avresti fatto buon uso“, mi disse con un sorriso un po’ complice, “non per niente ho falsificato l’estrazione scrivendo in tutti e ventisei biglietti il numero quindici”.


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21 luglio 2011

Senza parole


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19 luglio 2011

Lettera a Silvio

Caro Silvio ti scrivo per rincuorarti un po’,

e siccome ti voglio bene un consiglio ti darò.

Ad Antigua lo sai, puoi stare come un re,

hai bellissime ville e sono tutte per te.

Lì è un paradiso fiscale, non avrai tasse da pagare,

la pedoflia non è reato, potrai fare quel che ti pare.

In quel Paese lo sai, non c’è Costituzione

E non esiste neppure l’estradizione.

Vai Silvio vai, vai a quel Paese, così poi

Starai meglio tu, staremo meglio noi.


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9 luglio 2011

Le pecore siano pecore!



 “Le religioni sono come le lucciole: Per brillare hanno bisogno delle tenebre”.
 

- Cos’è quella scritta su quel giornale,  Georg?

- E’ una massima, Santità. Di Shopenhauer

- Shope che?

- Shopenhauer, Santità. Un filosofo.

- Filosofo eh? E dove vive costui?

- Non vive, Santità. E’ morto nel 1860; era tedesco.

- Ateo presumo…

- Si, Santità, era ateo.

- E cosa intendeva con quella stupida frase?

– Intendeva dire che le religioni fanno di tutto per mantenere i popoli

nell’ignoranza perché solo cosi possono esercitare il loro potere.

- Era un ciarlatano, Georg, un ciarlatano! I veri filosofi sono Agostino

D’Ippona, Tommaso d’Aquino, Blaise Pascal,  Rocco Buttiglione; tutto

il resto è ciarpame partorito da quella bestia immonda che si chiama

“Illuminismo”.

-  Concordo Santità, l’illuminismo era una bestia immonda ma

appartiene al passato…

- No Georg, no! E’ sempre presente. Novella Idra! Mozzi una testa, ne

rispuntano cento. Il loro fiato venefico ammorba l’aria. Bisogna stare

attenti Georg, Occorre vigilare!

- Vigileremo Santità, vigileremo.

- Dobbiamo tornare ad essere quell’isola felice che era il Medioevo,

dove tutto era chiaro e ben definito: dove le pecore erano pecore e i

pastori erano pastori; le prime dovevano essere guidate nel cammin

della vita, i secondi avevano il compito di indicare la giusta via.

Al contrario, nella cosiddetta civiltà moderna, l’ordine delle cose

viene sovvertito e  può succedere perfino che le pecore vogliano

scegliere da sole il pascolo dove

brucare l’erba o addirittura pretendano di essere loro a guidare i pastori

E’ una cosa assurda, inaudita, che va aldilà di ogni umana

immaginazione.

- Ce la faremo Santità, torneremo nel Medioevo.

- E la Chiesa di Roma tornerà a dominare, più potente che pria, e

detterà legge, secondo la volontà di Dio, ai popoli e alle nazioni.

- Come ai bei tempi, Santità!

- Esattamente Georg, come ai bei tempi. E questa volta

non permetteremo ai Voltaire e ai Rousseau e a tutti gli

altri intellettualoidi da strapazzo di produrre

strane alchimie cerebrali:  impediremo loro  di ragionare.

- Chiedo umilmente perdono Santità, ma fu proprio per combattere

questi metodi che agli inizi del 18° secolo nacque e si sviluppò

quella corrente di pensiero chiamata “illuminismo” che si prefiggeva

la progressiva emancipazione dell'uomo dalle tenebre ideologiche in

cui era costretto dai dogmi della fede e dal dispotismo religioso.

- Siete edotto in materia, Georg

- Mi informo su Wikipedia, Santità, l’enciclopedia libera.

- Non ci sarà più alcuna enciclopedia libera, Georg; applicheremo una

censura ferrea. Se il Signore Iddio avesse voluto l’Uomo sapiente lo

avrebbe dotato di scienza infusa, invece lo ha creato ignorante. Il Signore

non disse ad Adamo ed Eva: <<Istruitevi ed emancipatevi>>, ma

<<Crescete e moltiplicatevi>>, e disse ancora ad Adamo: <<Ti

guadagnerai il pane col sudore della fronte>>. Ecco qual è il compito

dell’Uomo: lavorare!  Lavorare in silenzio e senza grilli per la testa.

Lasciare l’Uomo nell’ignoranza non è un capriccio del Papa, ma è la

volontà di Dio.  La Chiesa è la maggiore fonte del Sapere, Georg, ed è

l’unica detentrice di Verità; ma la Verità, e con essa il Sapere devono essere

riservati solo a pochi eletti, a coloro che li sapranno gestire e che per

questo si porranno al disopra degli altri e sugli altri eserciteranno

il ruolo di guida, indicando loro come vivere e come morire.

Guai a coinvolgere le masse nel Sapere! L’emancipazione è opera

di Satana, così come la

DEMOcrazia è figlia del DEMOnio dal quale deriva il nome.

Masse istruite ed emancipate ci conducono fatalmente al

comunismo che è la quintessenza del satanismo;

ci portano alla negazione di Dio; all’assurda

pretesa di uguali diritti; a perturbazioni dell’ordine costituito;

ad un mondo pieno di Shopenhauer e di Karl Marx.

Vogliamo ciò? Dio vuole ciò, Georg? Noi crediamo di no.

Pensiamo invece che desiderio di Dio sia

quello di un mondo che giri sempre nello stesso senso; di notti che si

alternano ai giorni; di fiumi che scorrono verso il mare; di pastori che

guidino le loro pecorelle; di pecorelle docili e silenziose che si lasciano

guidare. Amen.


Dialogo immaginario...ma non troppo




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