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Diario


19 settembre 2009

PD - Verso il congresso

Si stanno svolgendo in tutta Italia i congressi di circolo che culmineranno l'11 ottobre,  con la Convenzione Nazionale e il 25 ottobre con le Primarie.  Com'è noto,  ai congressi hanno diritto di voto solo coloro che risultavano iscritti al 21 luglio 2009. Le Primarie invece sono aperte, possono votare tutti, iscritti e non. Quello che segue è il mio intervento in favore della Mozione Marino al congresso del mio circolo:

Un congresso è il momento più importante nella vita di un partito. Esso elegge gli organi dirigenti e ne definisce la linea politica e il programma. Quando le proposte sono più d’una si va a un congresso per mozioni dove le diverse proposte si confrontano,  vengono discusse, e, democraticamente attraverso il voto, accettate o respinte. Così dovrebbe essere. Ciò a cui assistiamo è invece tutt’altra cosa. Noi assistiamo a una guerra di posizione, dove più che confronto fra mozioni è uno scontro tra fazioni e dove non mancano i colpi bassi e le cadute di stile. Gli schieramenti sono già definiti, le scelte già compiute non a conclusione di un confronto ma in base a meccanismi che con la democrazia poco hanno a che fare. Si va per appartenenza: Gli ex Ds, salvo lodevoli eccezioni, stanno col candidato proveniente dai Ds, gli ex Margheriti stanno ovviamente col candidato proveniente dalla Margherita. A prescindere dalle mozioni.

Questa è la dimostrazione lampante che il nostro è un partito chiuso, settario, conservatore. Un partito che avendo paura delle novità, non sa rinnovarsi. Un partito che nasce morente. Un partito inadeguato alla gravità del momento.

Il momento terribile che stiamo vivendo esigerebbe che il maggior partito d'opposizione adottasse misure adeguate per contrastare la deriva del nostro paese verso la barbarie. Il virus del berlusconismo  si sta insinuando in ogni ganglio della vita pubblica, non risparmiando, spiace dirlo, neanche le nostre file. Per contrastare un leader carismatico come lo è certamente Berlusconi, occorrerebbe opporgli un altro leader altrettanto carismatico. E' una legge della fisica: Una forza si contrasta con un'altra forza uguale e contraria. Purtroppo, a noi manca una guida forte, dal grande carisma: Un Berlinguer o un Obama.

Non c’è nell’attuale classe dirigente, un personaggio capace di ricoprire questo ruolo. Non possono essere considerati tali nè i D'Alema, nè i Veltroni, né i Fassino, né i Rutelli: troppi errori, troppe sconfitte, troppe ambiguità ne hanno compromesso la credibilità. La situazione  attuale è figlia anche della loro insipienza o della loro ignavia.  E non possono ambire a una vera leadership neanche un Bersani o un Franceschini.  Le loro nomine vengono dai palazzi romani. I grandi leader nazionali si sono affannati a dar loro il proprio appoggio. Questo fatto li rafforza  da un lato, ma nello stesso tempo li indebolisce da un altro lato: sia che vinca uno o l’altro saranno sempre: l'uomo di D’Alema o l’uomo di Veltroni. Leader dimezzati, satelliti costretti ad orbitare intorno ai loro azionisti di riferimento. Nomi nuovi per politiche vecchie, secondo la vecchia logica del  cambiare tutto ma in modo che tutto rimanga com’è

A questo proposito mi viene in mente un brano di una lettera che Moro, durante la sua prigionia, scrisse a Zaccagnini:

 

"La verità è che parliamo di rinnovamento e non rinnoviamo niente. La verità è che ci illudiamo di essere originali e creativi e non lo siamo. La verità è che pensiamo di far evolvere la situazione con nuove alleanze, ma siamo sempre là con il nostro vecchio modo di essere e di fare, nell'illusione che , cambiati gli altri, l'insieme cambi e cambi anche il paese"

 

Così scriveva Moro. E a un altro autorevole personaggio va il mio pensiero: a  Berlinguer che nella famosa intervista a Scalfari sulla questione morale, così diceva:

 

 

"I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune".

 

 

Sembrano frasi scritte oggi. Sono sicuro che Moro e Berlinguer, oggi, si rivoltano nella tomba nel vedere lo stato miserando in cui è ridotto il il Partito democratico. Un partito che continua a non aprire gli occhi e le orecchie per vedere e ascoltare l’umore del Paese reale; un partito che con le sue divisioni, ripicche, faide interne, incomprensibili autogol, non la smette di farsi del male. Mi spiace dire ciò, ma questa è la drammatica e triste realtà. Realtà che i nostri politici non vedono, troppo presi da giochi di potere, riposizionamenti, ricerca di nuove e consolidamento di vecchie alleanze, manovre di sottogoverno, inciuci vari. Sembra che vivano in un mondo tutto loro, in un olimpo dorato, lontano dai comuni mortali, lontano dai cittadini di cui si ricordano soltanto in occasione di congressi o elezioni e a cui chiedono il voto non si sa bene in base a quali meriti. Non si chiedono i nostri politici, perché nelle ultime elezioni 4 milioni di nostri elettori ci hanno abbandonato. Non si pongono la domanda del perché un cittadino su tre, un terzo del corpo elettorale, preferisce andare al mare o starsene a casa invece di andare a votare perché deluso o addirittura disgustato da una politica ambigua e in certi casi collusiva.

Si dice che Berlusconi può contare su più della metà del Paese. Non è assolutamente vero! Nelle ultime elezioni il Pdl ha preso il 35% sul 63% di votanti.; ciò significa che grossomodo solo il 25 percento dell’intero corpo elettorale è con lui.

C’è nel paese una massa enorme, il 75 % della popolazione che non si riconosce nei principi e negli stili di vita del Cavaliere. Una grandissima parte di  questo 75% è composta da donne e uomini desiderosi di contare,  pronti a partecipare se solo vedessero che ne vale la pena. Un serbatoio enorme! Il partito degli astenuti è il primo partito in Italia. Un partito capace di far diventare maggioranza qualsiasi minoranza. E’ verso questo partito che noi dovremmo rivolgere le nostre attenzioni. Perché è formato in larghissima parte da gente nostra, gente che abbiamo perso per strada per colpa nostra, gente che la pensa come noi e che condivide i nostri valori e i nostri principi. Altro che UDC!  Beninteso, nessuna chiusura preconcetta verso nessuno: dobbiamo essere un partito aperto e capace di dialogare con tutti. Vanno bene le alleanze ma fatte alla luce del sole. Senza accordi sottobanco e con la più assoluta trasparenza. A tal proposito, spero che siano infondate le voci secondo cui Emiliano, con la benedizione di D’Alema, stia barattando una eventuale alleanza con l’Udc alle prossime elezioni regionali con la privatizzazione dell’acquedotto pugliese, al cui acquisto sarebbe interessato Gaetano Caltagirone, suocero di Pierferdinando Casini. Se ciò fosse vero, si scontrerebbe, con la nostra più ferrea opposizione.

L'ingegner De Filippo, l'altra sera ci invitava a parlare delle differenze che contraddistinguono le varie mozioni, ebbene, la prima grande differenza e quella che riguarda i tre candidati: Sia Bersani, sia Franceschini sono uomini dell'apparato, sono nati politicamente nel partito, sono stati candidati dal partito, entrambi agiscono secondo logiche di partito. Ignazio Marino, al contrario, è l’unico dei tre  a provenire dalla società civile.

Marino è il solo a non aver santi in paradiso. Nessun grande leader politico gli ha offerto il suo appoggio,  nessun grande giornale gli ha dato visibilità. (anzi, Repubblica, non riportò nemmeno la notizia della presentazione della mozione), e tuttora c’è una sorta di oscuramento nei suoi confronti da parte dei grandi giornali nazionali, compresa l’Unità. Tutto questo può sembrare debolezza, invece è la sua forza. Fra i tre candidati egli è il solo a brillare di luce propria. Egli non ha padrini a cui baciar la mano, e non ha padroni a cui dover rendere conto all’infuori dei cittadini che lo eleggeranno segretario. A nessuno dovrà dei favori, con  nessuno avrà debiti di riconoscenza.

Egli è stato nominato dalla base. Un gruppo di giovani, quelli del lingotto, lo hanno spinto a candidarsi; e decine di migliaia di e-mail lo hanno convinto a farlo.

Per quanto riguarda le differenze fra le mozioni, Ignazio Marino ha richiesto a più riprese un confronto pubblico con gli altri candidati, richiesta che è stata puntualmente respinta o dichiarata possibile solo dopo l’11 ottobre. Anzi, da parte di Bersani, è stata data una motivazione ridicola per non dire sciocca: secondo lui, facendo il confronto, si mancherebbe di rispetto agli iscritti.

A tale proposito vi leggo una dichiarazione di Ignazio Marino:

 “Io mi batto per la democrazia sempre, dentro e fuori il partito, per questo mi pare che l’unico modo per dare ai nostri iscritti, ai molti che sono ancora indecisi, la possibilità di capire quali siano le molte e sostanziali differenze tra le tre proposte sia quello di un confronto a tre. Il partito non può essere democratico solo di nome, deve esserlo nei fatti e mi pare ci sia molta strada da fare in questa direzione. Vedo aprirsi uno scenario che è il contrario di quello che ho in mente quando penso al futuro del PD. Il rifiuto da parte di Bersani e Franceschini di partecipare ad un confronto alla pari, di fronte agli elettori, non è altro che il sabotaggio della democrazia interna e un insulto nei confronti dei nostri iscritti che chiedono a gran voce il confronto.”

Ignazio Marino, 9 settembre 2009)

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